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San Cristoforo e il mistero della soglia

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L’occhio, i tratti del volto, l’accento della voce dell’uomo del Duemila tradiscono sufficienza e orgoglio - a basso costo - quando il discorrere corsivo attesta che ci siamo liberati dei miti, delle superstizioni, ma infondo anche della religione e del timore dell’ignoto che stava dietro ad ogni soglia, che accompagnava non solo le ombre ma la luce stessa del sole. La scienza, la razionalità, la tecnica hanno dato all’uomo contezza del vero e padronanza del reale. Il cielo, l’acqua, il fuoco, ma anche la casa con le sue fondamenta e i suoi spazi, la città con i suoi confini e i suoi tracciati, i cicli delle stagioni e il pulsare della natura non sporgono più sul mistero, ma riguardano l’evidenza, la statistica, il mercato. Origene, in un’era ormai definitivamente tramontata, affermava che tutto si compie nei Misteri. Non intendeva parlare di antri segreti impenetrabili all’uomo, ma di qualcosa che, per rimanere prossimi all’immagine, aveva molto in comune con il grembo: con ciò che custodisce con cura non la biologia del bipede chiamato uomo, ma la grazia dell’origine, il senso del compimento, la fecondità della poesia, della fantasia, della speranza. Custodisce la percezione di quanta trascendenza necessiti al reale per non uccidere, per sostanziare la verità della vita. Il grembo come radice dell’uomo in quanto essere capace d’incanto, capace di Dio anche qualora lo avversi o ne bestemmi il nome.

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Noi abbiamo perso l’incanto e con esso la capacità di raccontare la vita. Gli antichi forse non erano più ottusi di noi. Sapevano quanto noi come realizzare una soglia e come chiuderla con una porta. Ma sapevano anche che il mistero della soglia è un’altra cosa. Riguarda il senso dell’identità e dell’alterità, prossima o nemica, riguarda il coraggio di varcare e andare oltre, e il non minore coraggio di stare presso se stessi reggendo lo sguardo profondo dei nostri intimi. Riguarda insomma quel mistero dell’abitare degnamente il mondo che noi abbiamo perduto, dissipando le nostre identità, la qualità delle nostre relazioni, salvo poi inseguire fragilissime appartenenze che, con i loro roboanti integralismi di risulta, portano a termine la devastazione. C’erano divinità della soglia a tutela di questo mistero presso la coscienza dell’uomo che oggi si è perduta con esse.

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Oggi abbiamo imparato, orgogliosamente, che non c’è bisogno di nessun prodigio del cielo per attraversare un corso d’acqua. Ci mancherebbe! Eppure non c’è corso d’acqua che non sia soglia, e che non si porti appresso una potenza di vita pari e di morte. Gli antichi sapevano che il grembo e la tomba hanno molto in comune fin tanto che una più profonda comprensione del mistero dell’esistenza dell’uomo non li dissocia, fintanto che non si palesa che la loro prossimità fatale nelle “cose della terra” ben diversa si svela non appena la si scruti da altrove, con lo sguardo di un dio. La soglia del grembo dischiude a un mistero diverso dalla soglia della morte, perché le acque del grembo custodiscono un mistero su cui la morte non ha potere. Occorre saper attraversare l’acqua, accorgendosi come il mistero del mondo è debitore di tale attraversamento. Quando questo accade lì si comprende come può essere luogo privilegiato per incontrare il divino e, con esso, la dignità alta dell’uomo. C’è bisogno di divinità presso l’acqua e i suoi corsi, divinità che che assistano al guado, che custodiscano questo mistero e con esso la coscienza dell’uomo che gli è debitrice nella ritualità di ogni attraversamento e di ogni sosta paziente e pensosa.

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Raccontavano di questo le narrazioni di cui ci siamo spregiudicatamente, baldanzosamente sbarazzati, spregiandole come inutili miti, senza avvederci che ci sono eredità del passato che sole garantiscono integrità al presente. Erano narrazioni in cui l’incanto degli antichi tesseva una comprensione alta dell’esistenza, in cui la dignità dell’uomo e del mondo si traduceva in paideia, in parola della verità per sé e per i propri figli, perché potessero a loro volta imparare a vivere vivendo con noi e con noi affinando il sensorio sapiente del mistero che abbraccia l’esistenza. Raccontava di questo il mito di Eracle che precede gli uomini sulla via della responsabilità per il bene o per il male e che insegna a tessere la verità con la parola che la racconta. Fidia lo rappresentò con il bimbo Eros sulle spalle. Raccontava di questo anche il mito di Orione che attraversa le grandi acque verso l’Aurora, facendosi guidare da un giovinetto preso in spalla a prestargli la vista limpida che riconosce quella promessa della nascita che la fatica e il dolore di vivere hanno annebbiato nell’adulto. Orione, con passo spedito, continua ad attraversare il cielo notturno nel lungo inverno, varcando le “acque che stanno di sopra” per tenere accesa la speranza dell’uomo in un’alba lucente che non tema la morte. Uomini grandi, giganti, degni degli dei, capaci di portare il peso della vita e del male perché disposti a lasciarsi condurre nel mistero dell’esistere da una promessa, da una chiamata, dagli occhi e dal cuore di un bimbo.

I cristiani di un tempo ben sapevano che nulla che attinga alla Sapienza è estraneo al Mistero di Dio e alla sua volontà salvifica e non ebbero nessun timore a proseguire le antiche narrazioni sciogliendone l’allegoria nel presente dello Spirito. Ecco dunque un soldato, convertitosi a Gesù e morto martire in Licia sotto Decio (250 c.a), assumere i tratti degli antichi eroi, incarnando nella nuova narrazione cristiana la tradizione che la sapienza antica aveva coltivato. A lui il nome ardito e luminoso di Cristoforo. Cristoforo erede di Ercole, erede di Orione, erede di ogni uomo che giganteggia per la capacità di misurarsi con il mistero nell’ambigua fatica del vivere, diventando degno di Dio.

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Se  pure  il bambino Gesù, sulle spalle di Cristoforo, lo grava del peso del mondo, non è men vero che questo peso, con Lui sulle spalle, può essere responsabilmente assunto e efficacemente portato: portato oltre l’ambiguità della morte, dell’acqua, del grembo, dell’andare lungo il quale si tesse la trama del vivere. Portato come grazia pasquale che configura adeguatamente la dignità dell’uomo e giustifica la sua responsabile speranza. Con Lui sulle spalle l’uomo può camminare verso “l’alba lucente che porrà fine alla storia” senza farsi sconti sulla fatica di vivere e sulla responsabilità nei confronti del proprio tempo e dei propri simili.

San Cristoforo è bellissima rappresentazione di quell’identità cristologica dell’uomo di cui il nostro tempo ha più bisogno che mai. Un’identità, una dignità, che abbiamo perduto parecchio tempo fa: quando, giunti ad una soglia rilevante del cammino di questo nostro occidente, abbiamo creduto di poterla attraversare senza bisogno di Grazia, quando abbiamo presunto che qualche provetta potesse sbarazzarci del mistero dell’acqua, quando il viaggiare si è ridotto a pratica ludica o commerciale, cessando di esplicitare quella condizione di viator, di pellegrino, che qualifica l’uomo nel misterioso compito di vivere, cui assolve solo trovando passo passo se stesso, responsabilmente, coraggiosamente, varcando soglie, misurandosi col mistero del grembo e dell’acqua che occorre sempre e di nuovo attraversare per morire o per vivere.

Sarebbe bello se su un ponticello, di fronte ad una chiesetta sul Naviglio, alle porte della Milano medievale, qualcuno ancora potesse provare almeno la nostalgia dell’incanto perduto e, chissà!, trovare un gigante antico che presti le sue spalle per mettersi alla sua ricerca.

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Testo: P.L. (Libretto Sagra 2010)
Foto: Ed.LAC

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